Rivoluzione inglese per l’euro

Un cambio di rotta pragmatico, nel breve periodo, verso un mercato del lavoro davvero “comune”, senza stracciarsi le vesti se Unione bancaria ed Eurobond non arriveranno presto come si spera. Poi, nel lungo termine, una rivoluzione delle finanze pubbliche da gestire con cautela, che sia possibilmente più simile a quella inglese del 1688 che a quella francese del 1789. Soltanto così l’Europa può tentare di risolvere i suoi problemi con quella che è diventata – per forza di cose – la grande ossessione dell’ultimo quinquennio, cioè il debito, privato o pubblico che sia.
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Ultimo aggiornamento: 02:00 | 10 AGO 20
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Un cambio di rotta pragmatico, nel breve periodo, verso un mercato del lavoro davvero “comune”, senza stracciarsi le vesti se Unione bancaria ed Eurobond non arriveranno presto come si spera. Poi, nel lungo termine, una rivoluzione delle finanze pubbliche da gestire con cautela, che sia possibilmente più simile a quella inglese del 1688 che a quella francese del 1789. Soltanto così l’Europa può tentare di risolvere i suoi problemi con quella che è diventata – per forza di cose – la grande ossessione dell’ultimo quinquennio, cioè il debito, privato o pubblico che sia. E soltanto così il processo di integrazione potrà evitare il fallimento.
Le riflessioni di Harold James non sono propriamente dei “consigli” alla politica e alle classi dirigenti del Vecchio continente, visto che lo storico inglese della globalizzazione economico-finanziaria è refrattario ai commenti tranchant sull’attualità più stretta e disinteressato al ruolo di consigliere del Principe. La conversazione di James con il Foglio assomiglia piuttosto a quelle lezioni e a quei seminari che il professore anima nell’Università di Princeton, piccolo centro del New Jersey dove l’antico campus universitario – nato nel 1746 e frequentato tra gli altri da Albert Einstein – occupa di fatto tutta la cittadina immerso nel verde. Lo studioso britannico, che abbiamo incontrato nella sua villetta a due piani, a venti metri dai confini del campus, non elude i problemi di oggi; semplicemente, per deformazione professionale, ragiona tenendo sempre a mente la “longue durée”. E’ anche per questo atteggiamento, professionalmente distaccato, che la Banca centrale europea nel 2008 ha deciso di aprire proprio a James le porte dei suoi archivi, consentendo così la pubblicazione, nel 2012, del volume “Making the European Monetary Union” (Harvard University Press), 600 pagine di ricostruzioni inedite che si spingono fino al 1993 e con una prefazione dell’attuale presidente della Bce, Mario Draghi.
“Nessuno dei governi dei grandi paesi industriali sta reagendo positivamente alla crisi globale – dice James, che a metà maggio ha incontrato in riunioni a porte chiuse tra Parigi e Roma il ministro dell’Economia francese, Pierre Moscovici, e l’omologo italiano, Fabrizio Saccomanni – Il Giappone addirittura viene da oltre un decennio di stagnazione, mentre gli Stati Uniti hanno un sistema politico che in questa fase tende a replicare situazioni di stallo tra Congresso a maggioranza repubblicana e presidenza democratica. L’Europa, però, vive di una complessità unica”. Al punto che James, quando la crisi finanziaria del 2008 non era ancora in vista, ha dedicato alla sfilacciata governance europea buona parte di un saggio intitolato “The Roman predicament” (Princeton University Press, 2006). Secondo la sua tesi, gli Stati Uniti sarebbero “intrappolati” nel dilemma classico della “superpotenza”, quello che James rintraccia già nelle opere di Edward Gibbon e Adam Smith, “Storia del declino e della caduta dell’Impero romano” e “La ricchezza delle nazioni”, entrambe del 1776. Per i due pensatori, un paradosso accomuna di fatto l’antica Roma e l’Inghilterra del Diciottesimo secolo: un sistema di regole tese a costruire pace e prosperità porta inevitabilmente a scontri domestici, rivalità internazionali e anche guerra. Da una parte perché il detto “dove passano merci non passano cannoni” non può essere considerato un dogma, visto che un livello di ricchezza che cresce e si diffonde crea allo stesso tempo un incremento della disuguaglianza che poi a sua volta alimenta scontento, ribellione e disintegrazione politica. Dall’altra parte perché il dominio di tipo “imperiale” necessita di un sistema di idee robusto ma flessibile: il monoteismo cristiano che si impose sul politeismo tollerante che lo precedeva non era così funzionale all’integrazione attraverso grandi spazi geografici e distanze culturali (anche se la reazione violenta e la disintegrazione di un sistema globalizzato può essere pure frutto di un’eccessiva proliferazione di valori, non solo del tentativo di imporre con la forza un unico insieme di valori).
Che cosa c’entra tutto ciò con l’Europa di oggi? La tesi sostenuta da James è che gli europei, con il loro processo di integrazione avviato a Roma nel 1957, abbiano tentato negli ultimi decenni di presentare un nuovo paradigma possibile per gestire la globalizzazione, un paradigma che assomiglia più a quello del Sacro romano impero che a quello dell’impero romano. “Mentre i valori associati a Roma evocano l’idea della sovranità – dice James – nel mondo del Sacro romano impero la sovranità è diffusa e frammentata. Questo intendeva il primo ministro inglese Harold Macmillan, inquilino di Downing Street dal 1957 al 1963, quando in un battibecco con Charles de Gaulle esclamò: ‘Voi volete ricostruire il Sacro romano impero. Noi, l’impero romano!’”. Il modello europeo, fondato sulla frammentazione della sovranità e su modalità più “consensuali” per scrivere le regole – proprio come il Sacro romano impero nato nell’843 dopo Cristo per decisione di Carlo Magno, fondato sull’unione di città e grandi stati e sul loro impegno (qualche volta tradito) a non farsi la guerra tra loro, dotato inoltre di un sistema che eleggeva l’imperatore con il consenso dei 6-8 territori più importanti e di un sistema giudiziario unico per quanto farraginoso – è stato per anni considerato superiore al paradigma imperiale perfino da alcuni studiosi americani. Perlomeno prima della crisi del debito sovrano iniziata nel 2009. James, invece, ha sempre mostrato un certo scetticismo verso questo esperimento “postmoderno”: “L’Europa moderna attribuisce un grande valore alla solidarietà e al consenso. Di conseguenza, è lenta nei movimenti e riluttante ad approvare riforme strutturali radicali con la velocità che i suoi critici auspicherebbero – scriveva nel 2006 – Da un punto di vista psicologico, gli europei sono arrivati alla conclusione che sia meglio limitare il cambiamento in nome della stabilità, piuttosto che creare volontariamente instabilità per generare maggiore ricchezza e crescita economica”. Da qui nasce quella “complessità unica” delle nostre 28 democrazie associate, o delle 17 dell’Eurozona che pure “faticano a trovare il consenso necessario per accordarsi su misure complesse”: “Visto che l’Ue non sarà mai un superstato, quello del Sacro romano impero mi pare comunque l’unico paradigma di riferimento plausibile”.
Tale modello deve però essere reso più funzionale, dice James mettendo in guardia per esempio dalle “derive tecnocratiche” e dal tentativo di “politicizzare il ruolo delle Banche centrali”, due fenomeni che in Europa rischiano di attecchire più che altrove – complici i fallimenti della politica – e generare “reazioni violente”. “Nel lungo periodo occorrono un’unione bancaria e un’unione fiscale per far funzionare l’unione monetaria. Entrambe però sono più problematiche di quanto spesso si pensi – osserva lo storico di Princeton – I sistemi federali, infatti, possono essere distrutti dagli stessi meccanismi di redistribuzione delle risorse che sono all’opera all’interno della federazione”. Per uno dei padri fondatori americani, Alexander Hamilton, “il debito” sarebbe stato “il prezzo della libertà americana”; non si dovrebbe ragionare allo stesso modo per gli Eurobond invocati da tanti europeisti, cioè per il tentativo di mutualizzare i rischi sui debiti sovrani dei vari paesi membri? “Certo, ma negli Stati Uniti il debito delle ex colonie fu mutualizzato soltanto nel 1790, cioè tre anni dopo l’approvazione di una Costituzione federale. La cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha dichiarato che nel lungo termine un’unione politica è desiderabile, anche perché il peso dell’Europa è destinato a diminuire nello scacchiere mondiale, ma questa unione sarà possibile soltanto sulla base di regole certe. Altrimenti saranno sempre possibili abusi o addirittura crisi scatenate in maniera strumentale per scaricare i problemi di un paese sui contribuenti dell’altro”. Un britannico, per quanto naturalizzato americano, che è davvero in sintonia con l’attuale leadership di Berlino: curioso. “Il punto è che in Europa volete continuare a fare tutto seguendo la direzione inversa a quella finora sperimentata nella storia: prima l’unione monetaria e poi quella fiscale, prima l’unione dei debiti e poi quella politica. Ricordo inoltre che Hamilton, nel 1790, si batté perché il nuovo debito pubblico federale fosse pagato grazie al gettito di tariffe doganali che penalizzavano il sud degli Stati Uniti rispetto al nord. In generale, negli anni successivi, il fatto di dover ripagare questo debito creò ed esacerbò tensioni tra gli stati, divenendo uno dei fattori che hanno portato poi alla guerra civile tra 1861 e 1865”. Insomma sarebbe naïf ritenere che, una volta stabilite a tavolino l’unione fiscale e la condivisione del fardello debitorio tra nord e sud, i problemi possano svanire in un colpo solo: “I trasferimenti fiscali da un’unità politica a un’altra sono davvero controversi. Anche l’Unione bancaria che i leader dell’Ue discutono in queste settimane deve affrontare il problema. Si possono stabilire meccanismi di supervisione unica a livello comunitario e regole certe per la risoluzione degli istituti bancari in crisi, ma al fondo rimane sempre il rischio che il contribuente tedesco sia chiamato in qualche modo a garantire le banche del sud con i suoi soldi”.

Troppe attese riposte nelle elezioni tedesche
James, che alla Germania e in particolare al suo establishment economico ha dedicato ampia parte delle sue ricerche, vincendo nel 1996 il Financial Times Global Business Book Award con un volume sulla storia della Deutsche Bank, non è tra quanti si attendono una repentina inversione della strategia di Berlino dopo le elezioni nazionali di settembre: “E’ possibile che si affermi ancora l’attuale coalizione al potere, quella formata da cristiano-democratici (Cdu) e liberali. Altrimenti lo scenario più plausibile sarebbe quello di una grande coalizione tra cristiano-democratici e socialdemocratici (Spd), con Merkel che rimane al suo posto di cancelliera. E poi attenzione: anche l’Spd è un partito a sé rispetto alla sinistra del resto del continente, è un partito che sui temi europei ragiona in modo… molto tedesco”.
Se il modello della “sovranità condivisa e frammentata” all’europea ostacola la ricerca di soluzioni più innovative e radicali, e se le ricette di lungo termine restano invise al paese leader dell’Ue e comunque gravide di pericolose conseguenze, siamo allora condannati allo stallo totale: “Bisogna concepire riforme che gradualmente leghino assieme i vari paesi membri – replica James – Secondo me, in particolare, si dovrebbe partire da un sistema di sicurezza sociale uniforme a livello europeo”. Rendere unico e omogeneo il regime pensionistico e di assistenza ai disoccupati, secondo lo storico, “completerebbe per davvero il mercato unico europeo. Oggi infatti per i lavoratori è ancora troppo difficile muoversi da un paese all’altro, come invece sarebbe necessario in un mercato unico di beni e servizi, visto che non sempre è chiaro dove si possano reclamare le indennità dovute dallo stato sociale o come si possa accumulare un trattamento pensionistico in due stati differenti. Insomma un sistema di sicurezza sociale comune su scala europea, magari complementare a quelli nazionali, garantirebbe quella flessibilità di cui c’è bisogno. Soprattutto, funzionerebbe anche come un utile ‘stabilizzatore automatico’ in tempi di choc asimmetrici sull’economia del continente. Infatti quando una regione attraverserà una crisi peggiore, e ci saranno più persone con necessità di assistenza, quella regione contribuirà automaticamente meno al monte complessivo dei benefit, e viceversa. A differenza di quanto avverrebbe con gli Eurobond e l’Unione bancaria, però, in questo caso non assisteremmo mai al fatto che una certa unità politica, mettiamo la Germania, presta denaro a un’altra unità politica ben definita, per esempio la Grecia. Il meccanismo, nel caso di un sistema di sicurezza sociale unificato, è fondato su ‘bisogni’ e ‘contribuzioni’ individuali, molto meno divisivi di quelli statuali. Negli Stati Uniti, per esempio, facciamo sempre ricorso a questo genere di trasferimenti, eppure nessuno parla del ‘New Jersey che presta soldi alla California’ o via dicendo”.
Comunque prima o poi, magari più “poi” che “prima”, anche il problema del debito pubblico dovrà essere risolto a livello europeo: da veleno che paralizza i mercati finanziari e la politica fiscale nazionale, il debito dovrà diventare – per usare sempre le parole di Hamilton – “il forte cemento dell’Unione”. Il fatto che uno stato onori i propri debiti, secondo James, “è un principio centrale della vita politica, strettamente legato allo sviluppo della certezza del diritto, del governo rappresentativo e della democrazia moderna”. A questo punto, guardando alla storia, sono due “i modelli contrastanti” per gestire il debito eccessivo, due modelli figli di tradizioni politiche diverse: “Sono associati a due rivoluzioni, una largamente pacifica e che ha creato ricchezza, quella del 1688 in Inghilterra, l’altra violenta e distruttiva, quella del 1789 in Francia”. Alla fine del Diciassettesimo secolo, sulla scia della Gloriosa rivoluzione inglese, quando il paese si ribellò “contro la dinastia degli Stuart, spendacciona e autocratica”, il nuovo governo “adottò un diverso approccio al debito – ricorda James – Il fatto di votare il bilancio in Parlamento, cioè in un’istituzione rappresentativa, assicurava che la popolazione nel suo complesso fosse responsabile per gli obblighi assunti dal governo. C’era quindi un forte incentivo a imporre controlli. Fondamentalmente le persone che votavano le tasse in Parlamento erano anche i detentori del debito pubblico. Un approccio costituzionale limitava dunque la possibilità di utilizzare la spesa pubblica per sostenere gli sperperi eccessivi di una corte lussuriosa o alcune campagne militari troppo avventurose, cioè gli elementi caratteristici della monarchia autocratica dell’èra moderna. Il risultato fu un drammatico abbassamento dei costi che lo stato inglese doveva sostenere per indebitarsi. Il governo rappresentativo e il principio democratico divennero così parte del classico modello di buona gestione del debito”. Un mercato dei capitali meglio funzionante abbassò anche i costi di indebitamento per il settore privato: “Tra l’altro ciò che distingueva i creditori privati dallo stato era la possibilità di bancarotta, che per lo stato era diventata un evento impensabile. Un mercato con tali interazioni, dove restava sempre la possibilità di fallire, fiorì perché lo stato era gestito in maniera tale da non poter andare in bancarotta”. Per ricapitolare: debito pubblico al sicuro e debitori privati che invece possono fallire, ma senza per questo creare conseguenze sistemiche che danneggino pure gli stati sovrani.
Il modello alternativo per gestire il debito fu quello dell’ancien régime francese: “Qui c’erano periodiche bancarotte di stato che comportavano una riduzione dei pagamenti degli interessi e un allungamento delle scadenze dei titoli del debito statale”. Insomma, periodiche ristrutturazioni del debito come quella avvenuta di recente in Grecia. “Anche i debiti della Francia aumentarono nel Diciottesimo secolo come conseguenza della politica di potenza, del tentativo di costruire un impero e di condurre guerre costose. Dopo la fine della guerra di indipendenza americana, invece di tornare a questo vecchio modello francese, quello del default che era stato utilizzato ancora nel 1770, l’élite francese fece di tutto per evitare un fallimento. Così, nel 1787, il governo salvò gli investitori privati che avevano perso molti soldi in uno schema speculativo immenso che coinvolgeva le azioni della Compagnie française pour le commerce des Indes orientales. E c’era un altro problema: il sistema di tasse esistente aveva raggiunto i limiti della sua capacità, era impossibile cioè ottenere più gettito senza mettere fine a privilegi e immunità antichi. Alla fine la sola strada fu quella della confisca massiccia, la creazione di ‘biens nationaux’ come base per l’emissione di altro debito statale. Ma quella misura, invece di calmare la situazione finanziaria, portò a un’escalation delle aspettative sulle potenziali mosse future dello stato, esacerbando le tensioni sociali. In breve: l’adesione al principio di non-default ha prodotto la Rivoluzione francese”. Secondo James, dunque, “la lezione dell’esperienza francese” è che “i sistemi politici collasseranno se si indebitano troppo e poi provano a pagare quel debito a ogni costo”.
Compiere una Rivoluzione inglese sul debito oppure andare a sbattere in una riedizione della Rivoluzione francese: è questo il dilemma di fondo che le classi dirigenti del nostro continente dovrebbero sempre contemplare quando prendono le decisioni sul processo di integrazione. “Il paradosso è che oggi, se si guarda al deficit e al debito pubblico aggregati degli stati dell’Ue, voi europei sareste in posizione molto migliore rispetto a Stati Uniti e Giappone. Il problema nasce dal fatto che nel caso dell’Ue si teme sempre che d’un tratto molte richieste d’aiuto da parte di banche e grandi imprese private si possano trasformare in un’esplosione dei debiti pubblici di alcune nazioni”.
La lentezza e la frammentarietà delle decisioni dell’Ue, proprio nello stile del Sacro romano impero che il giurista del Diciassettesimo secolo Samuel von Pufendorf riteneva “monstro simile” (“simile a un mostro”), non aiutano a fare chiarezza sulla rotta futura: “Questo era pure il problema francese alla vigilia della Rivoluzione del 1789: si negava che i debiti dovessero essere in qualche modo cancellati, ma allo stesso tempo si accettava l’espansione dei rischi potenziali che si sarebbero poi trasformati in ulteriori debiti”. La flessibilità del modello europeo può tornare utile soltanto ad alcune condizioni: “La flessibilità è il principio fondamentale necessario a realizzare un sistema di regole robusto e sicuro. Il primo obiettivo di questa flessibilità dovrebbe essere quello di evitare che cresca l’aspettativa di un sostegno, o di un ‘bailout’ come lo chiamiamo oggi, da parte delle istituzioni politiche comunitarie; e allo stesso tempo costruire una maggiore consapevolezza del livello unico di interconnessione che ormai caratterizza l’Europa. Preservare la democrazia, di fronte a richieste insistenti e concorrenti che vengono rivolte allo stato, comporta l’elaborazione di meccanismi per dare ai cittadini le ‘azioni’ di un progetto comune, sia materialmente che immaginificamente. E’ questa l’essenza della lezione del 1688: i pagamenti possono diventare un atto di solidarietà quando le persone credono che ne potranno beneficiare e sanno che non saranno espropriati perché le responsabilità sono legalmente e politicamente fissate. L’alternativa è la lezione del 1789: se l’intreccio di diritti e prerogative diventa troppo complesso, può far scattare un ‘liberi tutti’ nel processo di distribuzione delle risorse, con soluzioni che non potranno più essere legalmente negoziate ma solo imposte con la violenza”. Lo storico inglese conclude con un avvertimento: “Questo processo di razionalizzazione dei debiti sul modello della Gloriosa rivoluzione sarà più facile, anzi possibile, se Londra prima avrà abbandonato l’Unione europea. A differenza infatti di quanti ritengono che l’uscita del Regno Unito dall’Ue sarebbe una catastrofe per il processo di integrazione, io credo che voi ne beneficereste. Cadrebbe così il veto più resistente. Tutti gli stati dell’Ue, in teoria, vanno nella direzione dell’ingresso della moneta unica, ma non il Regno Unito e la Danimarca. Se il primo si chiamasse fuori del tutto, la Danimarca non avrebbe altra scelta. Sono combattuto – sorride James – Da inglese non credo ci convenga abbandonare l’Ue, ma da europeista dico che lasciarci andare converrebbe agli europei”. Insomma soltanto la Rivoluzione inglese del debito può salvare la moneta unica, a patto di farla senza gli inglesi.